sphaera

creazione e produzione Ailuros
con Nadia Brian, Paolo Rampin e Lorenza Trentin
regia Nicola Cecconi, Barbara Riebolge
drammaturgia Nicola Cecconi
ambiente sonoro Jhon William Castaño Montoya
disegno video e luci Barbara Riebolge

selezione Premio Scenario 2013
selezione Premio Arte Laguna 2014

Ogni azione umana è motivata da una scelta. Conscia o inconscia che sia. Al contrario la cosmogonia razionalistica non propone scelte ma una serie di conseguenze causali fisiche, biologiche e chimiche. Successione certa posta a partire dall’eterno enigma sulla causa del formarsi di stelle e pianeti, vita e morte. La scienza percorre le stesse vie del mito. Scansato il primo interrogativo ogni azione si succede con la regola della legge o della leggenda. Al contrario la nostra quotidianità ci offre una realtà solida, punto di partenza esperito, e il punto di domanda si sposta alle conseguenze del nostro agire. Il corpo è la premessa biologica per gli interrogativi razionali che impone il “venire alla luce”.

Un performer, imprigionato/protetto all’interno di una grande sfera. Diaframma che separa, ma anche si offre come lente al suo occhio. Placenta protettiva e contemporaneamente prigione che isola, ma solo inizialmente. Infatti il performer permette e cerca il contatto, genera la scelta. Il gesto che ne scaturisce è al contempo bestiale e codificato. Dalla difficoltà del singolo arto che con spasmi scopre le sue potenzialità, ai gesti dogmaticamente definiti nelle pitture medioevali e rinascimentali.

Al contempo lo spettatore verrà condotto verso un ascolto del proprio corpo e alla conoscenza del corpo del performer. Non si assiste quindi ad un’azione esterna, bensì avviene un’immedesimazione tra performer e spettatore. I linguaggi sonoro, video e fisico concorrono alla nascita dell’esperienza condivisa. Il testo afferma nella fisicità nuda di fronte a noi lo specchio con cui confrontarsi, esemplare umano, non modello, con cui è necessario trovare un rapporto. La parola trova una declinazione collettiva, che conduce il rituale per tutti gli spettatori, e una individuale: uno spettatore, con cui il performer avrà sviluppato una relazione, riceverà da un paio di cuffie una guida personalizzata all’iniziazione, permettendogli di concludere il rito. Sarà lui a scegliere l’evoluzione della performance a seconda delle scelte possibili che gli verranno proposte.

L’ambiente sonoro costituisce la struttura attraverso cui si snoda l’intero percorso. Il disegno luci non illumina ma rivela lo spazio. La partecipazione riconduce la performance alla ritualità. La scelta e l’azione dello spettatore sono creazione attiva e positiva dell’esperienza. Lo spettatore partecipa così a un percorso, sia che venga coinvolto direttamente, sia che assista all’iniziazione. La partecipazione è infatti ritualistica, non spettacolare. Nel coinvolgimento positivo avviene la rottura del diaframma con gli altri e con se stesso. La parola come sostegno, possibilità. Il gesto quale manifestazione di scelta e nascita.

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